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Pensare
al di là dei modelli: corpo, linguaggio e situazioni
Eugene
T. Gendlin
Università
di Chicago
traduzione
di Letizia Baglioni
Introduzione
1.
Il progetto: pensare con qualcosa di più che le forme
Il
mio progetto è pensare a - e pensare con - quello che sopravanza i
modelli (forme, concetti, definizioni, categorie, distinzioni, regole...).
Attualmente
tale progetto appare impossibile, e per motivi filosofici piuttosto
cogenti. Occorre superare alcuni assunti fondamentali, senza però
approdare in un limbo. Ciò può accadere solo grazie a un nuovo modo di
pensare.
Forme
e modelli logici sono incapaci di abbracciare la complessità di
individui e situazioni. Forme e distinzioni non possono neppure definire
in cosa consistano forme e distinzioni. Non chiariscono la natura della
chiarezza; non definiscono la definizione. Nessun concetto
concettualizza efficacemente il funzionamento di concetti, modelli,
regole o forme. Ma è un grosso errore denigrare i modelli accurati, o
affermare che non servono a nulla. Nella Sezione B discuteremo i modelli
e la loro funzione, però non come cose a sé stanti, ma sempre dentro
qualcosa di più. Vogliamo
far sì che questo di più operi nel nostro pensare accanto alle forme
concettuali.
Le
forme logiche funzionano da sole solo apparentemente.
Per esempio, il modello di triangolo sembra funzionare da solo nel
momento in cui determina che la somma dei propri angoli equivale a 180
gradi. Due più due sembra fare quattro da solo. La chiara struttura
concettuale e spaziale che soleva definire un atomo di idrogeno sembrava
funzionare da sola, così come una chiara norma sociale del tipo "gli
uomini tengono la porta aperta per le signore". Queste forme danno
l'impressione di funzionare in quanto stabili significati capaci di
determinare la più ampia complessità del fatto. Sostengo, tuttavia,
che il fatto può replicare. E in realtà conferire a forme e norme
significato e ruolo. Le forme non
funzionano mai da sole, ma sempre unicamente all'interno di un ordine più
vasto e complesso.
La
questione è: possiamo pensare con
questo ordine più complesso? Possiamo lasciarlo operare
nel nostro pensare? Possiamo pensare qualcosa non solo come forma
specifica ma anche come complessità più grande? Inoltre: possiamo
lasciare che la complessità operi nel nostro pensiero circa il suo
modus operandi?
Sorge
immediatamente un problema linguistico: non sembra esserci un modo per
parlare e pensare intorno a quello
che è più delle forme. Non si può dirne senza concepirlo o
formularlo in questo o quel modo. (Per esempio, io lo ho appena chiamato
"quello"; il che sembra dargli la forma di qualcosa di
distinto che è possibile additare).
Se
pure esiste un ordine più vasto delle forme, forse può essere detto solo
dentro alle forme concettuali e linguistiche. Il linguaggio sembra
consistere puramente di forme, distinzioni e regole. Queste e altri tipi
di forma hanno già giocato il loro ruolo nelle nostre situazioni ed
esperienze prima ancora che parliamo e pensiamo.
2.
Il problema: le forme sono sempre già operative
Questo
problema è noto ai filosofi antichi. La filosofia nasce con il
riconoscimento dell'impossibilità di riferire in maniera neutrale
osservazioni ed esperienze. In ciascuna situazione, esperienza e
pensiero a partire dai quali pensiamo, sono sempre
già state operative numerose forme culturali e concettuali.
Gli
assunti espliciti e impliciti variano a seconda delle culture, degli
atteggiamenti esistenziali e degli approcci concettuali. Solo assumendo
un certo insieme di assunti è possibile analizzarne altri. Il risultato
è un'irriducibile varietà di contrastanti analisi reciproche.
Il
problema non può essere risolto su basi puramente empiriche. Si
negherebbe il fatto che certe forme concettuali e sociali hanno sempre
già operato implicitamente prima del nostro osservare.
Ma
allora, su che basi può darsi una critica delle forme e dei modelli?
3.
La direzione di una soluzione e un cambiamento di assunti
Pensare
con di più che le forme è possibile, perché l'assunto è
sopravvalutato: quello per cui concetti e forme sociali determinano
interamente - come definire ciò che determinano? - l'esperienza (situazioni,
pratica, corpo, complessità...). Più avanti discuterò il mio uso di stringhe
di parole e forme consecutive come questa.
Senza
dubbio l'ordine più complesso include le forme; le forme esplicite e
implicite vi giocano sempre un qualche ruolo. Ci sono sempre entrambi.
Ma ci si può chiedere in che modo funzionino insieme - a patto di
scoprire come lasciarli funzionare insieme nel nostro stesso pensare e
dire come funzionano insieme.
Sì,
le forme sono sempre operanti, ma non sempre otteniamo solo ciò che
logicamente deriva dalle forme. Il risultato può essere: molto di più
e qualcosa di diverso. Questo perché ciò entro cui le forme operano
replica: non con il disordine, ma con più precisione.
L'ordine
che è più delle forme opera
nel linguaggio e nella cognizione in molti modi cruciali e discernibili.
Dovrà esservi un modo per discernerli e lasciarli operare nel nostro
pensare. Piuttosto che rimpiazzarle con spiegazioni, possiamo lasciare
che queste funzioni continuino a operare dentro
e dopo le spiegazioni che ne
diamo. Se scopriamo come farlo, il termine "spiegazione"
assumerà un significato nuovo.
4
Le premesse
La
filosofia di questo progetto è stata esposta nel mio Experiencing
and the Creation of Meaning, e in altri scritti. Ne sono anche
derivate applicazioni nel campo della psicoterapia, dell'insegnamento
della composizione letteraria (Elbow, 1989, Perl, 1983) e in altri campi.
Oggi,
il pensare con più che le forme sta prendendo piede. Sebbene sia ancora
ampiamente considerato impossibile, sempre più pensatori si pronunciano
a favore di questo progetto (vedi ad esempio il "pensiero più
corposo" [thicker thinking] di Williams, Putnam e Cavell).
Molti
scoprono la vasta complessità dell'esperienza, e sanno che non deriva
interamente dalle forme imposte. Ma poi la pensano come una certa
modalità, e lì si fermano. Occorre un modo per continuare a pensare
con e a partire da essa.
Secondo
il mio modo di concepirlo, questo pensare altera certi assunti
profondamente radicati che ineriscono
alla struttura di gran parte dei concetti e al modo consueto di
utilizzare i concetti nel pensiero teoretico.
Il
nostro compito non è semplicemente rigettare tali assunti. Un più
attento esame rivela che essi non vengono veramente creduti,
per cui non è difficile rigettarli. Tuttavia, questi assunti si sono
annidati nella struttura della gran parte dei nostri concetti. Dobbiamo
capire il perché. Allora tali assunti cambieranno nel nostro modo di
pensare nella e con la complessità. La Sezione B mostrerà che i nuovi modi
di pensare possono dialogare e collaborare con la scienza contemporanea.
Il
principale assunto è quello per cui l'ordine non può che essere
qualcosa di imposto
all'esperienza; che forme, distinzioni, regole o modelli sono il solo
ordine che non ammette l'esistenza di "altro" - da cui
l'impossibilità di un'interazione fra forme e qualcosa di più. L'idea
è che a replicare non sia che il disordine.
L'assunto
dell'imposizione a senso unico fu adottato per correggere un errore
precedente: la concezione errata per cui la scienza imita o ritrae la
natura. L'ordine della natura non può essere rappresentato o
approssimato, perché non vi è alcun ordine preformato che esista in quanto tale, in attesa che noi lo cogliamo.
La correzione assume che la natura non sia altro che un
qualsivoglia ordine imposto da noi.
Si
tratta però di un'iper-correzione:
sì, è evidente che la natura si rivela diversamente in risposta a
diverse costruzioni e operazioni. Ma essa risponde a ciascun approccio
con grande precisione, sempre nello stesso modo, sia pur variando al
variare degli approcci. Dunque il suo modo di rispondere mostra
anch'esso un ordine, che non si identifica però con una serie di
modelli. E che riveste molti ruoli importanti, di per sé piuttosto
evidenti anche se scarsamente studiati.
Dobbiamo
chiederci: in che modo le forme e l'ordine più complesso lavorano
insieme? In che modo funziona il di più? E come operano le forme
all'interno del di più? La seconda domanda si articola come segue:
1.
Come operano le forme esplicite
insieme al di più, anche quando sembrano
operare da sole, nella logica e nella scienza?
2.
Come operano le forme quando operano
implicitamente nell'esperienza, allorché sono ("sempre già")
penetrate in ogni esperienza e osservazione prima del nostro pensare? Sì,
dobbiamo darne conto, ma dobbiamo pensare in che modo operano
implicitamente. Scopriremo che
il loro funzionamento implicito non è affatto quale si era supposto.
Nella
filosofia occidentale, la linea Kant-Hegel-Nietzsche ha reso il problema
intrattabile. Nel sopravvalutare sistematicamente il ruolo della forma,
ha pressoché lasciato in ombra ciò che è più della forma. Nulla
viene visto come avente un ordine proprio. Tutto è considerato in
quanto ordinato da forme, modelli e regole imposti. Gran parte dei
filosofi moderni ha radicalmente escluso un ordine della natura, la
natura umana, la persona, la pratica, il corpo.
La
possibilità che qualcosa abbia un ordine proprio viene negata. Ogni
ordine è ritenuto interamente imposto da una storia, cultura o interpretazione
concettuale che potrebbe anche essere diversa.
Ma
su cosa si impone questo ordine imposto? Qui i pensatori si dividono:
alcuni parlano di un semplice "flusso", altri di un
recalcitrante disordine. Altri ancora affermano trattarsi di un mero
nulla: per Hegel, il pensiero incontra solo se stesso. A suo modo di
vedere, le distinzioni camminano sulle proprie gambe.
Quando
si postulano solo forme imposte, gli esseri umani sembrano non avere
nulla in comune. Un certo numero di forme sembra attraversare le diverse
culture. Alcuni antropologi individuano un'unica invarianza: ovunque le
persone hanno nomi propri. Ciò non è privo di interesse: ovunque, un chi
si affaccia dagli occhi ed esige riconoscimento. Ma la comunanza termina
qui? Le forme del linguaggio,
della religione, della famiglia, e le convenzioni culturali relative al
corpo umano, sono così diverse da rendere ardua la formulazione di
significati universali. Si dice che gli umani non rappresentino neppure
un'unica specie: tutti i membri di una specie animale vivono secondo
identici modelli. Tutti si nutrono e dormono nello stesso modo, hanno
gli stessi rituali di accoppiamento e costruiscono identici ricoveri.
Gli umani non hanno simili modelli in comune. Se sono solo i modelli a
renderci umani, non sembra darsi una natura umana.
Pertanto,
Freud (1949) affermò che l'io è il prodotto delle forme di una
determinata società. Egli affermò che l'io reca il timbro "made
in Germany", come un prodotto di fabbrica. Al di fuori dai
manufatti sociali io e super-io, esiste solo l'id, che consiste di
energie pulsionali non organizzate
incapaci di produrre un comportamento se non in seguito all'imposizione
di modelli sociali. Secondo Freud, il corpo non possiede un ordine
comportamentale intrinseco (cfr. il mio "Critique of
Narcissism"; vedi inoltre Levin, C. e Horowitz, G.).
I
concetti psicoanalitici sono costruiti in base all'assunto che al di
fuori delle forme di una specifica cultura vi sia solo narcisismo
primitivo autistico. Freud postulò che l'unica natura umana sia la
cultura. L'America, disse, "è la peggiore delle ipotesi": in
mancanza di una cultura unitaria e coerente, non si dà un io ben
strutturato (non aveva ancora visitato il nostro paese).
La
grande maggioranza dei pensatori del ventesimo secolo trova risibile
l'idea di una natura umana universale. Scorge profondità e serietà
solo nelle forme che la cultura e la storia impongono a un corpo
altrimenti meccanico. A quanto pare, essere umani significa essere
interamente artificiali: niente natura umana, niente soggetto umano,
niente verità o valori, solo forme imposte. Questa è la concezione
dominante ancor oggi. Ribaltare questa concezione implica un radicale
cambiamento di indirizzo.
L'assunto
di un ordine imposto riguarda non solo la natura umana, ma anche la
natura nel suo insieme. La natura è definita come una mera "costruzione".
Alcuni filosofi affermano che se gli scienziati fossero consapevoli del
loro postulare e costruire la natura, di certo si comporterebbero in
maniera più responsabile. La scienza è considerata arbitraria, mera
politica, il mero esito di postulati.
Poiché
la scienza viene ridotta a una serie di postulati imposti, chi li mette
in questione non trova ancora
nulla che li sottenda.
Anche
l'etica sembra dipendere da questo o quell'insieme di postulati o
imposizioni. C'è chi afferma (con il Trasimaco di Platone e l'Ivan
Karamazov di Dostoevsky) che tutto è lecito. Altri (ad esempio Sartre)
individuano un senso di "responsabilità" verso ciò che
scegliamo di imporre. Tutti, però, sembrano trovarsi di fronte a un
vuoto nel momento in cui le forme imposte falliscono.
Se
il nostro dire e pensare consiste solo di forme, distinzioni, regole o
modelli, non c'è modo di affrontare tali questioni.
5.
Marx, Dilthey e i Pragmatisti
Se
andiamo alla ricerca di qualcosa di più che un ordine imposto,
leggeremo i filosofi che ci hanno preceduto con occhi nuovi. Troveremo
che alcuni di essi avanzarono ipotesi rimaste ignorate.
Marx,
ad esempio, non credeva che la natura umana fosse il prodotto delle
forme imposte da una determinata società. Egli affermò che le società
attuali "distorcono" la natura umana, e che quest'ultima è
"incompiuta".
Ma
possiamo pensare con qualcosa di incompiuto? Può l'incompiuto operare alla
stregua di un concetto nel nostro pensiero? Vedremo come ciò sia
possibile. Sì, deliberatamente e sistematicamente, possiamo lasciare
che qualcosa di incompiuto operi nel nostro modo di formulare e
utilizzare i concetti.
Dilthey
pensava alla natura umana come a un "fare esperienza", il
quale, affermava, era sempre anche un implicito
"capire". Egli
affermò: "In linea di principio, tutto ciò che è umano è
comprensibile". Al giorno d'oggi un'affermazione del genere suona
ingenua, come se si ignorasse l'estrema diversità delle culture e degli
individui. Dilthey però lo diceva perché per lui la
comprensione non consiste solo di forme condivise. Piuttosto: quando
ci rivolgiamo all'esperienza dell'altro, la nostra diventa più ampia.
Nel contesto di questo processo più ampio, comprendiamo
gli
altri con più precisione di quanto comprendevano se stessi, e anche la
nostra comprensione di noi stessi ne risulta ampliata. Dilthey però non
si è addentrato nel funzionamento di ciò che è più delle forme
condivise. Vogliamo riprendere a pensare da qui.
Anche
i pragmatisti hanno fatto di più di quanto oggi si creda. L'opinione
corrente è che valutassero tutto in termini di efficacia, senza però
mettere in questione i valori e gli obbiettivi che la determinano. Ma la
critica dà per scontato che i valori debbano essere criteri esterni che
occorre sempre introdurre dal di fuori. Pierce, James e Dewey
illustrarono il modo in cui obbiettivi e criteri si sviluppano a partire dalla pratica e nel suo stesso contesto, e come
mutano non per semplice imposizione. Tale approccio non risolve
immediatamente ogni questione circa i valori, ma ne risolve molte, e
colloca le rimanenti oltre la nozione semplicistica di valori derivati
dall'esterno.
Ora
vorrei mostrare come alcuni filosofi recenti hanno affrontato il pensare
con più delle forme, e dove si è fermata la loro ricerca.
6.
Wittgenstein e i contesti d'uso del linguaggio
Una
volta, appreso che alcuni colleghi si erano convertiti al cattolicesimo,
Wittgenstein ebbe a dire (Drury, 1981): "Come dire che un tale si
è procurato l'equipaggiamento da funambolo". Il senso è che
l'equipaggiamento non conferisce le abilità necessarie per
quell'attività. Da questa e altre affermazioni (Chatterjee), si deduce
che Wittgenstein scoprì un modo per pensare con più delle forme, ma
solo restando sul filo: né dentro la trappola del linguaggio, né al di
là del linguaggio. Egli non ritenne possibile uscire dal linguaggio,
varcare il confine. Era però possibile camminare sul margine, anche se
ciò richiede abilità.
Per
Wittgenstein c'erano due modi per stare dentro il linguaggio: fuorviati
dai concetti, o camminando sul margine. Essere fuorviati significava
pensare all'interno dei concetti. Egli mostrò che i nostri concetti
esplicativi sono fuorvianti. Come ha potuto riuscirci? Senza uscire dal
linguaggio, Wittgenstein trovò qualcosa di diverso dai concetti.
Wittgenstein
mostrava per ciascun concetto esaminato che la parola che usiamo per
designare il concetto non si applica ugualmente ai suoi diversi casi.
Egli proponeva non due o tre, ma a volte fino a ventitré esempi di uso
della parola, ciascuno assai preciso e diverso dall'altro. Nessuno di
questi centrava completamente il concetto. Le sue opere contengono forse
migliaia di esempi del genere, uno diverso dall'altro.
Voglio
rimarcare il fatto che i suoi esempi possiedono
un ordine più esigente, sono più complessi dei nostri concetti.
Secondo la mia terminologia, Wittgenstein si è imbattuto nella complessità.
Pressoché tutto è molto più complessamente ordinato di quanto lo
siano i modelli concettuali.
Wittgenstein
sapeva di essersi spinto col suo ragionamento a una posizione più
avanzata dei concetti e dei sistemi. Ma si fermò sul margine. Una forma
di pensiero ulteriore non sembrava possibile. Il movimento di Oxford che
intese seguire le sue orme fece in un certo senso un passo indietro.
Giustamente sottolineò il fatto che una parola significa il suo uso
nelle diverse situazioni: la parola segna o modifica qualcosa nella
situazione in cui può essere detta. I contesti d'uso di una parola non
condividono una stessa immagine o uno stesso modello. Come diceva
Wittgenstein, le situazioni di una parola sono una "famiglia",
non una categoria. Malgrado ciò, gli analisti di Oxford tentarono di
definire l'uso di una parola, se non tramite un concetto, tramite una
regola, nell'intento di cogliere quello che una parola segna o fa. Quel
tentativo fallì; neppure le regole limitano ciò che una parola può
significare. La scoperta ebbe un effetto scoraggiante. Della complessità
aperta da Wittgenstein non sembra rimanere altro che il numero
interminabile di esempi disparati disseminato nelle sue opere. La
domanda cruciale rimase inespressa: come funziona la complessità
implicita? In che modo le parole operano con tale complessità e con
modalità così inedite da non lasciarsi limitare da forme e regole?
7.
Husserl e Heidegger
Nello
stesso periodo, poco prima di Wittgenstein, anche Husserl scoprì (quella
che definisco) la complessità. Anche a motivo di ciò, egli rigettò i vecchi
concetti teoretici. Husserl scoprì che l'esperienza ordinaria può dar
luogo a descrizioni assai diverse, e anche assai più precise, rispetto
alle vecchie teorie. Ad esempio: noi non vediamo mai gli oggetti da
tutti i lati contemporaneamente, ma sempre da una sola angolatura,
eppure non ci sembrano piatti. Le relazioni temporali direttamente
percepite sono anch'esse molto diverse dalle consuete rappresentazioni
del tempo. Egli osservò inoltre che ogni evento è sotto certi aspetti
definito, e sotto altri aspetti vago. Tutto ciò che prese in esame
secondo tale ottica esperienziale rivelò strati su strati di ulteriori
specificità. Husserl si spinse ben oltre le vecchie teorie, e produsse
un ampio catalogo di esplicazioni specifiche.
Piuttosto
che pensarci nel contesto dell'universo costruito dalla scienza logica,
Husserl affermò che la scienza è possibile solo nel contesto delle
leggi fenomenologiche.
Husserl
ritenne di poter codificare le leggi fenomenologiche relative a come si
costruisce l'esperienza. Egli ritenne di aver scoperto
queste caratteristiche dei fenomeni. E' evidente però che egli le
scoprì in risposta a certe
distinzioni e schemi addotti
alle sue descrizioni. Non si domandò se, quando e come si possa
distinguere fra scoprire e addurre. Non si domandò cosa avrebbe trovato
se fosse partito da distinzioni diverse. Ad esempio: Husserl cominciò
col ripartire tutto in tre aree: percepire, sentire e volere. Nel corso
degli anni apportò frequenti modifiche a questa triplice ripartizione,
ma sempre, a suo dire, allo scopo di renderla più accurata. Non si
chiese mai come la complessità esperienziale potesse dar luogo a
risultati diversi ripartendola in altri modi. Quindi le sue esplicazioni
non tengono conto della facoltà della complessità di essere ulteriormente esplicata in vari modi. Né le permise di continuare
a operare in altri modi, che noi qui utilizzeremo e prenderemo in
esame. Egli formulò una serie di valide specificazioni, ma non sviluppò
un metodo per pensare con la complessità intrinseca.
Perché
Husserl non si è posto il problema delle conseguenze di varie possibili
distinzioni? Credo sia perché aveva la certezza, e a ragione, che le
sue osservazioni non fossero unicamente
il frutto delle sue distinzioni. Egli scoprì sempre molto di più di ciò
che poteva derivare unicamente
dalle semplici distinzioni. Non aveva torto nel ritenere la
descrizione fenomenologica diversa dalla mera teoria o speculazione. I
suoi critici sopravvalutano il problema, quasi che la fenomenologia
avesse minor fondamento di ogni altra filosofia.
Effettivamente
le distinzioni di Husserl furono
rimunerate da scoperte che non erano solo il frutto delle sue
distinzioni. Ciò di cui non si avvide era che la complessità può
anche rispondere positivamente ad altre distinzioni e divisioni, seppure
in maniera diversa. Evidentemente
la complessità non si riduce a questo o quel sistema di distinzioni.
Le
domande non poste, e che noi ci porremo, sono: come funziona la
complessità in risposta a forme e distinzioni diverse? Come far sì che
continui a funzionare nel
nostro pensare con forme e distinzioni e sulla scorta di esse?
Per
esaminare il funzionamento della complessità, occorre individuare un
modo di pensare e parlare in cui la complessità implicita continua
a funzionare accanto a (una o più) esplicazioni. I termini devono
portare con sé la complessità, così da compiere ulteriori
passi in avanti non limitati dall'esplicazione.
I
fenomenologi che seguirono Husserl usarono ciascuno distinzioni diverse,
e ottennero risultati diversi. Nessuno di loro si domandò cosa
consentisse ai fenomenologi di asserire che la loro non era speculazione,
ma pura descrizione di fenomeni. Il primo Heidegger, e successivamente
Merleau-Ponty, trattarono l'intrinsecamente implicito, pre-tematico, con
efficacia. Ma entrambi vi addussero propri modelli concettuali che si
discostavano da quelli di Husserl. Nessuno scoprì o cercò un sistema
per pensare con ciò che è più complesso, e che può rispondere a
molte distinzioni diverse.
Nei
suoi primi lavori, Heidegger ci andò vicino. In Essere
e tempo (1926), egli offre un'affascinante "analisi" dell'
essere-nel-mondo, che includeva sensazione, comprensione, esplicazione e
linguaggio. Egli reinterpretò tali categorie, dimostrando come siano
"egualmente fondamentali" le une per le altre, e sempre l'una
dentro l'altra. Egli affermò che in base alla nostra comprensione
affettiva (come lo è uno stato d'animo, ad esempio) sappiamo i motivi
che ci spingono a compiere una certa azione "oltre i limiti della
facoltà cognitiva".
Heidegger
chiamò i suoi termini "Existenziale", ossia aspetti del
nostro modo di esistere, e affermò che non
erano concetti. Erano esplicazioni del (formate nel e a partire dal)
nostro essere-nel mondo. Ma in cosa, esattamente, risultavano essere più
dei concetti? Heidegger li chiamo "ermeneutici", in quanto
esplicano una comprensione pre-esplicita, pre-tematica. Egli però non
esplorò ulteriormente l'idea di ermeneutica, che in seguito finì col
rigettare completamente. Cosa gli avrà impedito di portare avanti le
premesse da lui poste per un pensare più-che-concettuale?
Come
Husserl, Heidegger non si chiese come altri
modelli fossero in grado di esplicare diversamente
la nostra compresione pre-esplicita. Né si chiese come possiamo far
sì che la comprensione implicita continui a operare quando pensiamo a
un determinato soggetto. Ma il suo motivo per non porsi questa domanda
è opposto a quello di Husserl. Heidegger non partiva dal presupposto
che l'esperienza possa essere descritta indipendentemente dai nostri
assunti, anzi, al contrario: egli riteneva che la nostra comprensione
pre-tematica è sempre già plasmata da determinati di tipo storico. Quello che ora
si proponeva era di capire l'origine di tali determinanti storiche.
Heidegger
non vide nei suoi "Existenziale" un modo più-che-concettuale
per portare avanti il suo pensiero ulteriore. A suo parere, ciò che di
essi poteva essere pensato era pur sempre determinato entro i limiti
degli assunti storici dell'occidente. L'origine delle determinanti
storiche e i modi del loro cambiamento erano pensabili solo
a un livello metafilosofico. Di conseguenza, immediatamente dopo Essere e tempo Heidegger procedette per via puramente concettuale alla ricerca di una "metaontologia"
da cui gli "Existenziale" sarebbero derivati. (1928) Egli mise
da parte la versione husserliana di complessità esperienziale e rigettò
i suoi precisi più-che-concetti, facendo riconvergere tutta la
complessità una sola domanda: se tutto è intrinsecamente storico, qual
è l'origine delle determinanti storiche?
Successivamente
si servì anche del linguaggio poetico, ma sempre in vista di quella
domanda fondamentale. Ad esempio, in Sentieri
interrotti, Heidegger afferma che la pittura contribuisce sì
qualcosa di originale, ma sempre solo
all'interno della "radura" creata dalle soprastanti
determinanti del linguaggio e della storia. Solo pensando le
determinanti in quanto tali possiamo sperare di pensare l'apertura.
Heidegger
conosceva due modi di pensare gli assunti soprastanti storicamente dati:
o intrappolati al loro interno, o in un modo che riapre
le questioni che in origine chiusero, riguadagnando così l'apertura che
in essi si nasconde. Così facendo, Heidegger fu in grado di produrre
una critica efficace - da lui definita 'distruzione' - dei concetti
filosofici occidentali, rendendoli così visibili e ri-aprendoli così
radicalmente che è divenuto ormai impossibile darli per scontati e
ragionare tranquillamente sulle loro basi.
Heidegger
era un convinto assertore del dettato della sua nazione e della sua
epoca, per cui un autentico pensatore non può che essere un pensatore
di una nazione e una cultura specifiche. (Vedi ad esempio l'affermazione
di Ranke, per cui un vero storico non può che essere o integralmente
tedesco, o di altra nazionalità, o superficiale). Ciò che è
universale appariva solo come il comune denominatore più basso.
Heidegger trascurò la parte dell'opera di Dilthey a cui mi riferivo
prima. Non arrivò all'universale natura umana caratteristica della
comprensione transculturale.
D'altro
canto, Heidegger fu un deciso oppositore dell'opinione nietzchiana
secondo cui le forme culturali sono semplicemente imposte e al di fuori
di esse c'è solo indeterminazione. Dietro le forme, Heidegger vide
un'apertura da cui tutte emergono, e che nascondono e coprono proprio in
virtù del loro essere formate.
Conviene
pensare a Heidegger non solo come al pensatore che più di ogni altro
minò alle basi l'illuminismo occidentale, aprendo la strada al
relativismo contemporaneo. Egli è anche il pensatore che si
oppose più fortemente al relativismo, insistendo sul fatto che
qualora si afferrino con sufficiente profondità le forme storiche
soprastanti in cui ci si trova, è possibile pensare
attraverso di esse fino a raggiungere l'apertura che le "dà".
Più di recente questa apertura si è perduta, sostituita dalla
dichiarazione di Derrida secondo cui nuove proprietà distintive si
avvicendano semplicemente alle vecchie: nessuna apertura sembra
possibile.
Nelle
sue ultime opere, Heidegger torna ad avvicinarsi a quel pensiero più-che-concettuale
già introdotto nei suoi più-che-concetti con la loro stupenda
precisione. Egli sente l'esigenza di un modo di pensare più-che-concettuale,
che definisce "indugiare". Ma se ne serve solo per pensare al
di là degli assunti più generali. Dovendo essere al di là di tutto,
sembrò che "l'indugiare" non potesse riguardare alcunché.
Pertanto non riuscì neppure a cominciare.
Essendosi
lasciato alle spalle tutto, a eccezione delle determinanti assolute,
Heidegger non poteva pensare al modo in cui ciò che è più della forma
funziona - per dirla a parole mie - in ciascuna situazione e in ciascun
momento del pensare. Non vide come ciascun frammento di vita e di
pratica può replicare con più complessità, in maniera tale da
modificare le determinanti che sono in gioco implicitamente al suo
interno. Pertanto non poté proseguire la sua indagine sul modo di
operare (come direi io) implicitamente delle determinanti storiche, e su come cambino allorché
operano all'interno di una complessità più vasta. Non poté
approfondire il ruolo dei singoli esseri
umani nell'avvento della nuova storia (vedi Scharff su Vereinzelung).
Non poté elaborare ulteriomente un pensiero più-che-concettuale. Sarà
nostro compito riaprire - come
direbbe Heidegger - tali questioni.
E'
anche possibile leggere Heidegger a modo mio: l'apertura è implicita in
qualunque cosa, e può continuare a operare nel nostro pensare a partire
da qualunque cosa. (Vedi i miei "Befindlichkeit" e
"Dwelling").
Perché
a Heidegger parve così impossibile che la pratica e le situazioni
concrete potessero essere fonte di nuove determinanti? (Cfr. Kolb). Per
lo stesso motivo per cui Kant ritenne così palesamente impossibile
derivare la logica dall'esperienza:
entrambi partivano dal presupposto che l'esperienza è sempre
già stata organizzata da certe determinanti, cosicché non può
derivarne un cambiamento delle determinanti stesse. L'esperienza può
darsi solo all'interno delle
determinanti.
Occorre
una critica capace di porre un limite al
"sempre già" e al "solo all'interno". In
alcunché che sia umano sono sì implicitamente presenti concetti e
forme culturali, ma vedremo come essi non operino sulla scorta di una
determinante a senso unico.
Prima
passiamo rapidamente in rassegna la filosofia contemporanea.
8.
Attualmente si possono riconoscere tre approcci:
a.
La filosofia della scienza:
Il
discorso razionale viene sottoposto a nuovo esame sotto molti e
interessanti punti di vista, sia qui da noi [in America] che in Europa.
Habermas,
ad esempio, mette in luce il
processo del discorso, le condizioni sociali e interpersonali che
consentono il suo essere razionale. L'esperienza è vista come un'interazione
comunicativa, piuttosto che in termini di mere forme logiche. Ma si
conserva il presupposto (che io negherò) che la comunicazione è
possibile solo nell'ambito di una "riserva comune" di modelli
di significato (Vorrat an
Deutungmustern), che pertanto viene ad assumere il ruolo attribuito
da Kant alla logica.
La
nuova filosofia della scienza pone l'accento non solo sul prodotto
finale puro, ma sul modo in cui gli scienziati lavorano. Quelle che
definisco funzioni della complessità emergono in primo piano. Ciò vale
anche nel caso del nuovo campo della "logica applicata" (Hintikka
1989), che promette di diventare assai di più di una mera applicazione
della logica formale.
Ma
il discorso razionale, scientifico, "strumentale", non può
essere trattato solo come una dimensione separata e indipendente, come
sembra nelle intenzioni di Habermas e di molti filosofi della scienza.
Una sfera "strumentale" non può essere semplicemente
suddivisa in segmenti, come se avesse come unico limite le sfere con
essa confinanti. Non si può semplicemente parlare di "metodologia
della definizione di significato coerente", "neutralità
libera da valori" e via dicendo, senza porre in questione gli
schemi e gli assunti introdotti da espressioni del genere.
Ma
una critica della scienza non limitarsi a essere negativa. E' vero che
l'economia e la politica influenzano la scienza; le pure forme razionali
non controllano gli usi che se ne fanno. Ma forme e distinzioni non si
limitano a decadere. Sono anche operanti. Occorre individuare il loro
operare all'interno delle più ampie funzioni che sono
contemporanemaente in gioco.
b.
La visione tragica: la decostruzione di Derrida
La
decostruzione porta un'attenzione costante agli schemi e alle
distinzioni introdotti da tutte le parole (come McKeon aveva anticipato).
Si tratta, auspicabilmente, di un contributo duraturo, tale per cui
nessuno possa più dirsi soddisfatto di restare dentro modelli
schematici non esaminati portati dalle parole.
La
decostruzione dimostra anche che le distinzioni non danno mai un
risultato netto, ma sempre anche ciò che non rientra nella distinzione.
Quest'ultimo si definisce "eccedenza", come se di per sé non
avesse alcuna vera funzione (cfr. i contributi particolarmente
illuminanti di Bernasconi). L'"eccedenza" viene vista solo
come una contingenza poco compresa o un collasso del nucleo della forma
concettuale.
Questa
visione si ferma troppo presto. La natura della forma concettuale non
viene compresa. (Sembra impossibile pensare questo problema se non
all'interno di questo o quel sistema di forme concettuali). La
decostruzione non coglie le funzioni vitali di quella che si definisce
"eccedenza".
E'
vero che in ogni singolo momento statico l'eccedenza non può essere
presa a sé stante. Non è possibile coglierla o pensarla da sola,
indipendentemente dalle distinzioni e dalle forme. Per cui appare sempre
come nient'altro che l'eccedenza di una data distinzione. Ma è
un'illusione ottica. Non è l'eccedenza solo della forma predominante al
momento. Se la seguiamo attraverso un
pensare passo passo, notiamo le molte e precise funzioni che riveste
nel pensiero e nel modo in cui le parole cambiano assumendo significati
nuovi (come tenteremo di fare nel capitolo 3).
Derrida
(1981) sostiene che nessun dire può dire al di là delle sue
distinzioni. Esse ri-circondano immediatamente ogni dire che auspicava di procedere
oltre.
L'unica
soluzione, per Derrida, è un discorso che si autocancelli. Prendiamo ad
esempio l'affermazione secondo cui ogni testo è commento a un testo
precedente: dato che nessuno è un testo, nessuno è un commento. Il
metodo è quello di dire-e-cancellare. Derrida nega di dire alcunché al
di là delle distinzioni: secondo lui può esservi solo un dire-e-cancellare
distinzioni.
Sia
col dire che col cancellare, Derrida dice molto, e per di più
mette in scena la difficoltà lasciata in ombra da Husserl. Se
Heidegger (nel suo periodo di mezzo) aveva scritto-e-cancellato le
parole "essere" ed "è", Derrida cerca di cancellare
tutte le parole. Come Wittgenstein, egli cerca di rompere le distinzioni
e le forme recate dal linguaggio pur rimanendo sempre nell'ambito del
linguaggio.
Ma
la decostruzione chiude anche molto di ciò che quei tre filosofi
avevano aperto. Ora nulla è
visto operare se non le distinzioni stesse. Ciò che Husserl
aveva penetrato, e Wittgenstein e Heidegger additato, è ora niente di
più che un attimo fugace, tragico perché trascorso sul nascere:
l'attimo in cui un insieme di modelli trapassa in un altro insieme.
In
termini di metafora politica, la possibilità della liberazione viene
negata. Gli oppressi non possono giungere al potere in quanto tali. Lo
stato senza classi è impossibile, i lavoratori possono solo dare
origine a una nuova minoranza dispotica. Ciò che è altro dalle
distinzioni imposte non può essere detto o pensato: non può essere.
Potrà esserci solo un'altra forma imposta.
Analogamente,
Foucault ritiene che l'organizzazione imposta dai detentori del potere
può essere cambiata solo dall'organizzazione imposta dal successivo
gruppo al potere. Al di fuori dell'ordine imposto c'è solo una
resistenza appena abbozzata a cui non è dato essere se stessa. Egli
afferma che nulla di nuovo può scaturire dall'individuo o dal corpo
umano. Contrariamente agli animali, che possiedono istinti, il corpo
umano secondo Foucault (1977) è stato completamente distrutto dalla
storia. Egli ritiene che creiamo noi stessi allo stesso modo in cui
ritiene si crei un'opera d'arte: imponendo valori e concetti
predeterminati su una materia interamente plasmabile.
L'odierno
relativismo, o nichilismo storico, nasce da quella strada a senso unico
che è l'assunto di un ordine imposto.
Lacan
legge Freud nella medesima chiave tragica. (Se Freud potesse collocarsi,
si metterebbe nel primo campo. Egli credeva che la ragione occidentale
potesse in una certa misura essere distinta dall'irrazionalità umana.
Ebbe inoltre un qualche successo nel fondare una scienza psicologica).
Lacan evidenzia in Freud ciò che deriva da Kant e Nietzsche: l'id non
possiede un ordine, per cui l'ordine può solo essere qualcosa di
imposto dall'esterno. In quanto imposto, questo qualcosa non è in grado
di offrire risposte significative. Non è in grado di modificare alcuna
forma. Non può neppure ritenere che una certa forma sia più aderente
a sé rispetto a un'altra. (Che alcunché sia se
stesso viene negato in quanto vecchia metafisica dell'identità). Ciò
su cui si impone l'ordine non può essere
se stesso. Il suo desiderio di essere se stesso è tragico perché
destinato a essere sempre qualcosa d'altro, qualcosa di imposto. Questa
eredità della forma imposta derivante da Kant e Nietzsche è di certo
presente anche in Freud.
Si
noti come la Decostruzione conservi il vecchio assunto secondo cui
l'ordine può solo essere imposto. Una volta dichiarato il fallimento delle forme,
sembrerebbe esserci spazio per il qualcosa di più. Ma lo si presenta in
veste tragica in quanto mero attimo fugace, mero disordine. Perché? Perché forme e distinzioni imposte sono ancora considerate
l'unico ordine possibile. La Decostruzione si pone come un
rovesciamento della tradizione, ma in realtà conserva l'assunto
tradizionale che vede possibile solo un ordine imposto.
Ci
occuperemo tra poco di confutare la visione tragica: ciò che è più
della forma non è tragico o effimero. Non è l'attimo fugace fra due
forme consecutive. Se c'è qualcosa di effimero, sono le forme. Il
nostro dire, agire e pensare è, a paragone, più stabile, e si muove
invariabilmente dentro, con, e dopo tutte le forme. Non rappresenta né
il loro ordine né il loro disordine. Diremo piuttosto che ha un modo di funzionare tutto
suo. Diveniamo capaci di dirlo
solo allorché gli consentiamo di continuare a funzionare.
c.
Pensare con la complessità esperienziale (corpo, situazioni, pratica,
linguaggio....):
E'
in atto un grande cambiamento sul piano individuale e collettivo. Oggi,
milioni di persone hanno scoperto la complessità esperienziale.
L'impresa, la medicina e la società in generale stanno adottando
processi esperienziali. Questo cambiamento è cominciato con la
psicoanalisi. Ma mentre Freud riteneva di aver dato il suo contributo più
importante con i suoi concetti teorici, non furono i concetti, ma la
pratica psicoanalitica a cambiare la società. La pratica introdusse gli
individui e la società alla complessità esperienziale.
Al
giorno d'oggi, più del 90% degli psicoterapeuti in ogni parte del mondo
non adotta più il modello psicoanalitico. Sebbene per parecchie
generazioni la maggior parte degli psicoterapeuti abbiano ricevuto una
formazione psicoanalitica, la maggioranza ha trovato motivi
professionali cogenti per abbandonare concetti psicoanalitici e
procedure concettualizzate.
Si
noti il rapporto fra teoria e prassi evidenziato da un cambiamento
sociale di questo tipo: quella pratica che sembrava
fondarsi su certi concetti ha ottenuto in risposta molta più complessità
di quanta potesse derivarne dai concetti. Si noti in particolare: la
complessità che ha risposto ai concetti ha reso inevitabile l'abbandono
di quegli stessi concetti. Questo è uno dei modi in cui concetti e
complessità possono interagire. Riprenderemo il discorso più avanti.
Al
giorno d'oggi, il modo di lavorare di molti psicoterapeuti si spinge ben
oltre qualunque concetto teorico. Tutti i terapeuti, inclusi i pochi
"analisti ortodossi" superstiti, sanno che occorre sempre
consentire alla pratica di stupire la teoria. Il processo della terapia
si spinge oltre le interpretazioni meramente imposte. L'interpretazione
che ieri si attagliava alla perfezione può aver contribuito
all'emergere di ciò che trasforma l'oggetto dell'interpretazione stessa.
Freud
richiamò l'attenzione sul fatto che, nella pratica, il processo di
"elaborazione" è assai più specifico di quanto lo siano i
concetti. Ma lo pensò comunque come sottoposto
ai concetti; pensava ai concetti in quanto soprastanti. Ora i
concetti sono stati ampiamente abbandonati, e, cosa ancor più
significativa, è stato abbandonato il modo di pensare e lavorare che si
avvale di concetti soprastanti.
Dal
momento che il pensiero ordinario è disperatamente incapace di stare al
passo con la sensibilità del terapeuta (e delle persone in generale),
il pensiero teorico si è guadagnato una cattiva reputazione agli occhi
di molti, come se fosse di per sé inutile o dannoso. Ma è possibile
sviluppare un pensiero teorico molto più attento e preciso in questo
campo a partire dalla funzione personale della complessità.
Questa
particolare complessità fu scoperta da Freud che ne fu, al pari di
Husserl e Wittgenstein, un pioniere. Egli richiamò l'attenzione sul
fatto che, quando non la trattiamo direttamente, stiamo solo "razionalizzando".
Eppure non ne aveva una buona opinione. La chiamava "patologia
della vita quotidiana". Nella sua metapsicologia, la presentò come
mero disordine. Ma non è tutta patologia. Nella gran parte dei casi
viene vissuta come qualcosa di molto più sano, realistico e ordinato
degli schemi imposti. Oggi le forme sociali non offrono più una guida
sicura al nostro agire. Dobbiamo improvvisare giorno per giorno, e in
molte situazioni creare modi di agire più complessi. Noi lo facciamo
non semplicemente inventando, ma a partire dal fatto che percepiamo una
situazione poco chiara come più complessa dei ruoli e dei concetti già noti. Ora le forme
sociali sembrano primitive e semplicistiche.
Oggi
è facile affermare che la complessità esperienziale non è un semplice
derivato dei modelli imposti. Ma anche negare e basta è una
semplificazione, che non tiene conto di come vecchi concetti e
distinzioni siano all'opera anche nella più profonda e apparentemente
intima delle nostre esperienze. E che non tiene conto del rapporto
intrinseco fra esperienza e concetti. Senza comprenderne la funzione
implicita, è impossibile sapere quando ci limitiamo a una riedizione
del già appreso e quando invece stiando andando oltre. Dimostrerò che
è effettivamente possibile saperlo.
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