LA VOLPE E IL SOGNO

felt sense e dreamplay
nella condivisione dei sogni

 Rita Luciani

Immaginiamo di essere in viaggio in un paese che non conosciamo, e di aver ricevuto un invito a casa di qualcuno. Siamo curiosi e sorpresi… Forse abbiamo faticato a trovare l’indirizzo ma ora siamo là, davanti alla porta chiusa, a chiederci in che lingua potremo capirci. Immaginiamo che la porta si apra, ma nessuno sia in casa a riceverci; oppure l’ingresso è una stanza ingombra e rumorosa, dove ciascuno è intento ai propri affari e nessuno bada a te; oppure il padrone di casa ti squadra freddamente e comincia a interrogarti in una lingua che ti è estranea. Non verrebbe voglia di scappar via, o di reagire rabbiosamente?

Quello che avremmo voluto era così semplice: essere accolti gentilmente, da qualcuno che ci facesse sentire abbastanza a nostro agio e sufficientemente graditi da provare a comunicare con lui.

Quanti di noi hanno vissuto esperienze analoghe, dopo il tentativo frustrante di condividere un sogno con un amico, un familiare, un collega – che pure sembrava così disponibile?

 

Il sognatore che si prepara a raccontare il suo sogno a un interlocutore si avventura in una dimensione ignota: entra nella casa  sconosciuta, vagamente inquietante dei sogni, dove le sue reminiscenze oniriche costituiscono il biglietto d’invito, e non sa cosa troverà. Dalla qualità dell’ascolto del suo interlocutore dipende la successiva  esplorazione... o la fuga.

 

            Condividere un sogno...e perchè?

E’ in corso in questi ultimi anni un movimento di promozione alla salute, che si propone di diffondere una maggiore conoscenza del fenomeno onirico e di offrire strumenti per la sua esplorazione, con l’obiettivo di integrare il sogno come risorsa d’aiuto quotidiano, attraverso un processo d’apprendimento e di condivisione dei sogni.

Dreamplay propone un modello operativo di esplorazione dei sogni, indirizzandosi anche ai “non addetti ai lavori”: le persone che non sono esperte dell’argomento, che non sono in psicoterapia ma semplicemente sognano, sono curiose dei propri sogni e vorrebbero poter condividere le loro straordinarie, opprimenti, buffe creazioni notturne e magari trarre da questo stimoli per il vivere quotidiano.

L’esplorazione dei sogni proposta non è di tipo interpretativo ed è finalizzata a creare un ambito intermedio d’esperienza, che faciliti l’espressione e l’elaborazione dei vissuti onirici in un ambito protetto, valorizzando le parti più valide dell’Io del sognatore.

L’interazione comune aiuta a focalizzare gli scenari onirici, con il sostegno reciproco della relazione: è l’ascolto e la partecipazione degli altri sognatori l’elemento fondamentale per creare uno spazio che faciliti le percezioni individuali.

Le caratteristiche ludiche del metodo, basato su tecniche di arte terapia e di comunicazione, consentono una circolazione più libera tra immaginario e piano di realtà.

Il primo passo è rendersi conto di quanto pesino gli stereotipi sul mondo onirico, nell’irrigidire il nostro rapporto con i sogni. Ancora poco note sono informazioni di base sul sogno, in quanto attività fisiologica, essenziale al benessere individuale.

E’ necessario rientrare gradatamente in contatto con la nostra personale esperienza onirica e riconoscerne il valore: il potenziale d’aiuto che questa rappresenta nel vivere quotidiano, nei propri interessi, progetti, desideri, problemi di tutti i giorni.

Ma, per occuparsi di sogni, occorre sintonizzarsi su i ritmi onirici, che sono più lenti di quelli sociali, mentre noi siamo sempre più abituati all’accelerazione del nostro tempo.

             “Per favore – dice la Volpe al Piccolo Principe – addomesticami”

            “Volentieri”, rispose il Piccolo Principe, “ma non ho molto tempo, però.Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.

            “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe...

 L’integrazione con la psicologia esperienziale di E.Gendlin, in particolare nelle formulazioni di experiencing e di felt sense, permette proprio questo “addomesticamento” dell’esperienza onirica, questo rallentamento dei tempi interiori aderente alla rievocazione ed esplorazione di un sogno.

 Gendlin studia negli anni ’60 il processo del cambiamento in psicoterapia, e descrive il modo in cui agisce l’esperienza immediata della persona - experiencing - quando è in grado di arrivare ad un effettivo cambiamento ( Gendlin, E.T., “A Theory of Personality Change“, in Personality Change,  P.Worchel e D.Byrne eds., New York, 1964 )

L’essenza dei fenomeni psicologici è costituita, per Gendlin, da questo tipo di esperienza, che include ma non si limita alle emozioni, e si rinnova costantemente nell’interazione, momento per momento, di sentimenti, linguaggio, comportamenti degli altri e contesto di vita dell’individuo.

            L’esperienza personale del sogno è tra le più difficili a comunicarsi.

A volte l’impressione più forte che lascia un sogno al risveglio è una sensazione confusa, vaga, sottile, che persiste a lungo durante il giorno. Manca la storia e forse conserviamo soltanto frammenti d’immagini o neppure quelli, dunque vorremmo liberarci di questa sensazione insistente che ci accompagna senza che sappiamo cosa farne...chi ha provato a condividere “quel che resta del sogno”?

Eppure, proprio questa sensazione indefinibile – il felt sense del sogno - è un canale di comunicazione privilegiato con la sfera onirica, e può essere percorso e utilizzato per accedere al ricordo del sogno e alla sua elaborazione.

Questa sensazione corporea globale, che differisce dai dati usuali della coscienza  ( idee, memorie, emozioni), collegata a  simboli e scenari del sogno,  assume così rilevanza per il sognatore nel trarre informazioni nuove, relative al suo contesto di vita.

Quando annaspiamo nel tradurre a parole quello che abbiamo vissuto in sogno, è al felt sense che possiamo fare riferimento, lasciando che le parole vengano da questa delicata, complessa, specifica sensazione.

Se la persona comincia a prestare attenzione al modo in cui tutto il suo corpo reagisce all’esperienza del sogno, che sta rivivendo in quel momento - il brontolio dello stomaco, quella sensazione opprimente di peso all’altezza del petto, lo stato di contrazione o di rilassamento della muscolatura, il senso improvviso di sollievo, di qualcosa che si sblocca, fino a percezioni fisiche più sottili, per le quali non esistono definizioni appropriate tranne “è come se…” - è possibile il passaggio dalle sensazioni fisiche ai significati, che si sviluppano gradualmente da questo tipo di attenzione corporea.

Certamente, all’inizio, il significato che sta prendendo forma in questo modo, profondamente radicato nell’esperienza fisica personale,  è concettualmente vago, è sentito ma difficilmente simbolizzabile verbalmente.

L’individuo, afferma Gendlin, vive la propria esperienza immediata - experiencing -di una situazione in modo per lo più implicito e preverbale: non si chiede insomma in che modo siano presenti e operino adesso memorie passate, percezioni attuali, emozioni, proprietà di linguaggio. Raramente - per non dire mai - pensiamo proprio in parole a quello che stiamo vivendo in quel momento, né riandiamo alle esperienze passate che forse sono all’opera: non si pensa con parole a quanto sta accadendo dentro di noi, lo si vive nella sua pienezza, anima e corpo.

Si cercano poi le parole adatte, quelle con le quali traduciamo per primi a noi stessi cosa stiamo vivendo, scartandole di volta in volta fino a trovare i termini che aderiscono maggiormente a quello che stiamo sperimentando in quel momento.

Le risposte vengono dal corpo, e sono avvertite come un segnale fisico, la sensazione di qualcosa che si scioglie, si sblocca, come qualcosa di nuovo che arrivi. Ed è una sensazione concreta ed esperienziale, che richiede la nostra attenzione per trasformarsi: il nostro corpo esprime una consapevolezza che è in anticipo rispetto alla mente, e possiamo imparare a svilupparla per accedere alle risorse creative dei nostri sogni.

 

E’ difficile accettare, quando un amico ci racconta  un sogno, che noi siamo comunque estranei alla delicata trama di personalissime memorie, emozioni, eventi che hanno dato vita al sogno dell’altro, anche se conosciamo il sognatore da vent’anni: eppure quante volte, già dopo le prime frasi del sognatore, riteniamo di aver capito di cosa si tratta, e magari diventiamo impazienti per la lentezza dell’altro.

Oppure poniamo domande intrusive, o il sogno ci ha ridestato associazioni personali e siamo già stanchi di ascoltare, abbiamo voglia di parlare di noi.

Non mettiamo mai in dubbio la nostra capacità di ascoltare, e dimentichiamo che nella comunicazione di un sogno le parole possono dar luogo a fraintendimenti, proprio per l’illusione di veicolare significati condivisi.

Se siamo noi a voler raccontare un sogno, ci imbattiamo spesso nella difficoltà di tradurre sequenze di immagini o impressioni sensoriali in una storia, e il primo ostacolo sta nel trovare le parole adatte ad esprimere la nostra esperienza onirica.

Il linguaggio dei sogni, se davvero aderisce all’esperienza del sognatore, non è lo stesso che usiamo per gli scambi sociali: può essere esitante, allusivo e sfuggente, con riferimenti che affondano nella storia di vita del sognatore.

Ancora una volta, possiamo far riferimento al felt sense e lasciare che da questo vengano le parole, aprendoci anche a giochi di parole, a neologismi.

Se invece siamo noi ad ascoltare, ricordiamoci che interagiamo nel campo affettivo a cominciare dalla nostra pura presenza là, anche senza introdurre contenuti nuovi.

Come è noto infatti, il non-verbale veicola i tre quarti della comunicazione interpersonale. Raccontare un sogno a qualcuno, e inciderlo su un registratore sono due esperienze qualitativamente differenti: quello di cui il sognatore ha bisogno è la nostra partecipazione empatica e  un ascolto attento e rispettoso. Il sognatore è in grado di sentire se chi è davanti a lui l’ascolta davvero, oppure pensa ai fatti propri. Osserviamo un bambino che ascolta una fiaba: la sua concentrazione, il senso di meraviglia e di partecipazione totale alla narrazione. Il bambino ascolta con tutto il suo corpo, e riceve la storia anche attraverso le variazioni del tono di voce, la mimica e i gesti del narratore.

 Dice la Volpe al Piccolo Principe: “gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte...”

Bisogna essere pazienti con i sogni, per farseli amici. Occorre “addomesticarli”: invitarli ad avvicinarsi ogni volta un po’ di più, creare con loro una relazione... sensibilizzarsi al linguaggio dei sogni, alla rievocazione e  narrazione onirica personale, all’ascolto attivo di un sogno e alla condivisione dei sogni. Ritrovando il piacere di assaporare un sogno, di seguirne la musica speciale, di esprimerne la luce e i colori: anche se è un sogno “in bianco e nero”.

 

Rita  Luciani

Focusing Trainer

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